Sincopi


Tutti su da terra! Gardening at night’s memorabilia
18 settembre 2011, 17:20
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“Non c’è niente che sia per sempre” diceva una volta un agnello. Che poi ci si ricorda, quando finiscono, solo delle cose belle. E va bene così perché nell’armadio dei ricordi, tra moltissimissimissimo riusciremo a dare un senso a tutto, agli amici, alle band (anche la mia), persone conosciute, pacchi, pioggia, sole, chilometri e sguardi e accordi e sale prova pagate oro, spartiti, birre, viaggi e speranze e illusioni e anche alle lauree (sull’ultima son tuttavia incerto). Sarà tutto un’unire punti. Sarà nostalgico. Sarà bellissimo.
Quindi, in pieno stile “Back to the future”, direttamente dal passato per il futuro (dei futuri) a voi una bella raccolta di brani (da scaricare) e video dei “Gardening At Night” amici, musicisti e persone che stimo non poco.  Da prenderne, da dissetarsene.



Riposto il link per i più ottusi: http://gardeningatnight.bandcamp.com/


Put the link to the most obtuse: http://gardeningatnight.bandcamp.com/


Super 8.
15 settembre 2011, 18:24
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Super 8 è bello. Bellissimo anzi. E’ uno di quei film che è capace di emozionare e non è cosa da poco. Se poi ci aggiungete un’ottima produzione con un basso budget (perchè J.J. Abrams nel suo genio non è mai adeguatamente finanziato, vedi Cloverfield?) e un’ottima recitazione (Elle Fanning strepitosa) il gioco è bello che fatto. Non dirò più di quanto è necessario, inoltre lascio i commenti a chi di film ne sa, non io per esempio. Però due parole vanno dette. E’ un film assolutamente “kinghiano”. Nella storia di questi ragazzi è impossibile non ricordare le pagine di “Stand By Me” della raccolta “Stagioni Diverse” e l’indimenticabile avventura de “I Perdenti” di It. Come tantissime altre sono le volute, indubbiamente, citazioni a (di) Spielberg (Goonies, E.T, Incontri ravvicinati del terzo tipo su tutti). Ci sono le bmx indimenticabili di E.T e tante altri elementi che non vi svelerò.

Ci sono soprattutto i ragazzi e la loro vita, l’incidente e i misteri fungono solo come MacGuffin e quindi sarebbe errato ridurre al denominatore la pellicola come di sola fantascienza. C’è tanto, tantissimo Sci-fi caro ad Abrams che rielabora Cloverfield in chiave spleen di King. Non è un horror in senso proprio ma si percepisce sempre un’ansia di fondo il che è un punto sicuramente positivo in quanto la pellicola è di tutt’altro genere. I ragazzi (S.K docet) sono il baricentro della pellicola e A. non li perde mai di vista, neanche nelle scene più concitate. Come alla fine di “Stand by me” Super 8 termina con la trasformazione dei ragazzi in adulti, regalando ahimè una sensazione di nostalgia, canaglia. Mostrando a tutti quelle che sono e devono essere le coordinate di un film fantastico (anzi, di un film in senso generale) che ha il dovere di allontanarsi dagli eccessi solamente visivi/uditivi (Transfomer, per esempio) per ritornare sui propri passi, a riprendersi la qualità e l’emozione persa ormai da anni. A “Super 8″, proprio per il suo sapore nostalgico gli si perdona tutto, anche a livello di trama (il finale) che è, si, un pò scontata. Ma a differenza di altre pellicole, gliene do atto, il cattivo è “umano”, non è buono ma neanche cattivo. Altra tematica kinghiana è il rapporto tra essere umano e “diverso”, umano sempre più sordo e affarista, aguzzino e colpevolizzatore (qui, i Russi). Ma anche adulti (It) lontani dalle problematiche dei piccoli che invece da puri riescono a rapportarsi innocentemente con le brutture del mondo. Che il loro sguardo innocente possa essere contagioso? Che davvero quella luce nei loro occhi possa essere la cura per questo mondo? Si dice che “La bellezza ci salverà” ma son più convinto che a salvarci, se ci salveremo sarà l’innocenza. Questo, credo, è il messaggio della questione, e ce n’è davvero bisogno. In questi giorni anch’io ho visto dei bambini portare con sè il proprio contributo necessario al funzionamente della loro scuola, chi risme di carta e chi il sapone (considerando che qui a Piossasco le scuole non hanno i soldi neanche per la mensa). Non avevano negli occhi quell’odio, rabbia e quella sconfitta dei grandi ma solo la curiosità e felicità di fare qualcosa di bello per tutti. Cosa hai portato tu? Guarda io cosa ho portato !!

Ragazzi, ascoltate me, l’innocenza ci salverà. Prendiamo esempio dai più piccoli, sono il nostro tesoro più grande.

Comunque tutta questa nostalgia canaglia mi ha portato indietro a quando ero giovine (si lo sono stato, per un breve periodo) e la canzone che meglio rappresenta il fottuto scorrere del tempo, tra giri in macchina a vuoto, vento tra i finestrini aperti, birre, bravate, biciclette, walkman, “città alla morfina” e jeans e zip è senza dubbio 1979 degli Smashing Pumpkins. Stesso anno in cui la pellicola è ambientata.

Le speranze e i sogni degli eroi di Super 8 mi fanno notare, tristemente, che nel tempo avanziamo “più veloci del suono, più forte di quanto si pensasse di dover andare, più in basso del suono della speranza”. E sono le ultime sette parole a mettermi una paura cane.



“New Adventures in Lo-Fi” accompagnerà “Woodpigeon” mercoledì 14 settembre a Torino.

Vi invito tutti anche da qua, magari serve! Mercoledì sera 14 settembre, al “Cortile della farmacia” ci sarà Woodpigeon live a Torino accompagnato da “New Adventures in Lo-Fi”, alias Enrico Viarengo che suonerà dal vivo il suo primo lavoro “Sleeveless Days of June”. Imperdibile evento musicale che illuminerà la già grigia notte torinese. Quindi armatevi di sorrisi, ginocchia molleggianti e macchine fotografiche che sarà una bellissima serata.

Qui un pò di link:

http://newadventuresinlofi.bandcamp.com/

http://www.woodpigeon-songbook.com/

Qui l’evento Facebook per i più tecnologici.

Ci vediamo tutti la!



Dell’undicesimo giorno settembrino.

Io ero alla televisione il giorno dell’undici settembre. Ve lo ricorderete anche voi il giorno in questione. Era un caldo pomeriggio e la mia casa era gremita come al solito di gente. Ricordo che invece di assistere in silenzio alla tragedia, da famiglia piemontese atipica, accompagnavamo il commento dei giornalisti in televisione con un gran vociare e baccano. Di parole ne abbiamo fatte tante e come tutti ne facciamo troppe. Ne sto facendo troppe anche io, tutt’ora. Comunque quando le torri son venute giù, come per tutti, per noi il mondo un attimo si è fermato. Per poi riprendere con il solito gran baccano riassumibile con l’onomatopea “blablablaeblabla”.

Sento in questi giorni parlare, sensazionalisticamente ciarlare, dell’11/9 come del giorno che ha cambiato le nostre vite. Ora parlerò da internazionalista, se mi è permesso e credo che dopo anni di Studi Internazionali un pò mi è concesso. A mio parere non ha cambiato nulla. Pochissimo. Gli USA hanno avuto il loro primo attacco in patria, furono colpiti i simboli del potere economico e il simbolo di una città che è quasi nazione. E il mezzo dell’attentato è anch’esso un simbolo, l’aereo è emblema del mondo che si avvicina, sono mani virtuali che si stringono tra i paesi e l’utilizzo terroristico di questi mezzi può trasformarli in vere e proprie metastasi per gli Stati. Ammetto che questo possa fare paura. Si, ha cambiato le cose l’undici settembre. Non si può più prendere un aereo senza far prima controllare le proprie mutande. Ma per il resto? Dai pensateci bene, l’America ha continuato la sua politica espansionistica della guerra fredda (chiamatela “containment”, chiamatela “guerra al terrorismo” e chiamatela come volete). Finita la guerra fredda, sbarazzatasi dell’URSS l’America orfana di un fronte ha trovato nuove possibilità con un’infinità di altri interventi. Quindi non ha cambiato strategia, li c’era il petrolio ed è inutile spiegarvi le cose, le sapete già. Poco contenti son finiti in Iraq, stessa storia. Oltre il “continuum” dell’imperialismo americano c’è l’altra parte, il lato scuro e le forze del male (agli Americani piace chiamarli così, che poi siano stati loro ad armare l’Afghanistan contro la Russia dal 1979-89 per ben dieci anni poco importa). Al Qaida, o “la Rete” nasce proprio con l’assalto russo all’Afghanista, prima come forma di guerriglia e poi come organizzazione terroristica, diciamo così. E l’undici settembre è si il fattaccio più grande ma in passato non hanno fatto di meno. Quindi anche qui, nulla di nuovo. E’ un giorno tragico lo riconosco. E terribile per la democrazia in senso stretto. Ma da li a dire che è una cosa impensabile mi spiace ma non son d’accordo. Che a vederla la storia non è mai fatalista. Insomma ognuno semina vento e dovrebbe anche cercar di capire non tanto quando arriva la tempesta, ma consci che arriva è importante il dove. Che non siamo mica tutti la Svizzera.

E noi italiani gli stiamo dietro in questo teatrino dell’assurdo, fieri di aiutarli a portare in giro la loro democrazia a suon di marce funebri, voti in patria da raccimolare e aziende da piazzare in loco. Quella stessa democrazia che, sempre nell’undici settembre del 1973 attraverso la CIA appoggiava il dittatore Pinochèt e destituiva dal suo legittimo posto, in quanto eletto, Allende. Attraverso un sanguinoso colpo di stato e inumane torture. Ha messo al potere per 17 anni un sadico omuncolo, dedito alla tortura e alla repressione (non Gheddafi, Pinochèt). Quindi niente di nuovo le due torri gemelle, solo una tragedia come le altre. Anzi più delle altre ma solo nella sua spettacolarità. Cosa che nell’era dei videofonini diventa l’attacco privatamente più ripreso degli ultimi 2000 anni.

Anyway, Bruce Springsteen ha scritto una canzone immensa a riguardo. Questa si chiama “Into The Fire” o come piace chiamarla a me “La canzone dell’Amore totale”. Non si combatte l’odio con l’odio. Non si combatte il terrorismo con la guerra. Non si vince la povertà e la rabbia così come non si conquista un futuro di pace con la guerra. Ma con la resistenza. Con la saggezza, la morale e soprattutto con l’amore e per tutto queste serve un coraggio grandissimo, E questo B.S lo sa bene. Andatevi a leggere il testo e buona commemorazione a tutti. Di cosa poi, decidetelo voi.

So, come on up for the rising,
Com on up, lay your hands in mine



Stephen King. Libri, storie, consigli e cieca adorazione.
22 agosto 2011, 23:04
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- Due parole -

Son un kinghiano D.O.C. Spesso si pensa al Re dell’horror come un semplice scrittore di storie di paura. Sbagliato. In King c’è una minuziosa analisi della società. In ogni suo libro. Analisi delle perversioni, delle speranze e manie che mai si priva di un attento sguardo sul presente, focalizzandosi sulla crisi del soggetto, la secolarizzazione della religione con il suo morboso accanimente sull’essere umano e perchè no, ultimamente, anche sulla crisi finanziaria. ll tutto condito con una scrittura fresca e semplice, anzi proprio popolare. Una scrittura dal basso, con ragionamenti chiari e pochi fronzoli ma che sa essere anche incisiva. Troppo facile snobbarlo come solo produttore di best-seller. L’horror è un pretesto per mostrare l’uomo nelle sue debolezze, le stesse soprannaturali presenze sempre metaforiche non sono mai (quasi mai) fataliste e quasi sempre è l’uomo a essere il cattivo della situazione. E i bambini in tutto questo sono gli eroi, ok, i bambini, puri e sinceri che banalità! E’ vero, ma i bambini e i personaggi infantili che popolano le sue storie, finiscono sempre per rappresentare la possibilità che ha l’umanità di redimersi dalle colpe dei grandi e del passato, da loro rappresentato. “Avanti i giovani”, sembra dire in ogni suo romanzo King. E’ una sua invenzione, nasce con lui e da lui si è iniziato ad abusarne. Perchè indubbiamente, l’horror del XX secolo nasce con lui. King se lo può permettere. Ve ne accorgerete leggendolo, perchè quando King parla d’infanzia e adolescenza è sempre magia. Quindi senza tirarla per le lunghe, chi mi conosce sa che son di pochissime parole, ecco l’elenco dei romanzi di King da me letti con breve commento sul perchè, per come. A voi.

- Romanzi -

  • 1974 – Carrie. Non male come primo romanzo. Critica spietata alla religione che qui non solo diventa oppio dei popoli ma suo vero e proprio carceriere. Un pò abbozzato ma qui c’è già buona parte della filosofia del Re.
  • 1977 – Shining (The Shining). Gran libro, gran film. Immenso film anzi. La famiglia, la pazzia e la rabbia di un uomo che non riesce ad emergere e per sbarcare il lunario è costretto ad una vita soffocante di sacrifici. Finirà per esserne schiacciato. Danny, bambino ancora puro è in grado di vedere il male del mondo ma non potrà farci molto, d’altronde è solo un bambino. Che colpa ne ha? Il film di Kubric fu odiato da K. in quanto presenta numerosi tagli e un finale completamente diverso. Quindi, libro da leggere, non basta il film.
  • 1979 – La zona morta (The Dead Zone). Il potere e il futuro. Quanto si è disposti a perdere? Grandi poteri comportano grandi responsabilità. Non il massimo ma questo libro ha un dono, quello di farci amare il suo personaggio, Johnny Smith. Alla follia.
  • 1980 – L’incendiaria (Firestarter). Gli insegnamenti dei genitori e il mondo che spinge ad andarci contro. L’eterna lotta tra il mondo e una bambina alla ricerca della comprensione del padre. Inspirato a Fahreneit 451. Non male ma non uno dei migliori.
  • 1983 – Christine – La macchina infernale (Christine). Il passaggio dall’adolescenza alla maturità attraverso la distruzione, il sesso e le paure. Non mi ha entusiasmato ma ehy, è sempre il re. Giù il cappello.
  • 1983 – Pet Sematary. Quanto si è disposti a perdere per riavere indietro il proprio passato ingiustamente tolto? Del destino e dell’ingiustizia. Ma anche della provvidenza che se esiste, è una gran troia. Una caduta verso il baratro.
  • 1984 – Il talismano (The Talisman). Il mio preferito, forse. La storia di noi, noi tutti. Le avventure di Tom Sawyer rilette in chiave moderna. La storia di un ragazzo a cui viene data un’enorme missione. Finirà il viaggio diventando uomo, rischiando tutto per salvare quanto più di prezioso possedeva. Ma anche amicizia, amore, ingiustizia e coraggio. Il punto più alto del Re che sa essere poetico come poche altre volte, ma anche reale e spietato come il peggiore dei propri nemici.
  • 1986 – It. Stephen King nel suo periodo d’oro confeziona un mattone di 1200 pagine che vola via manco fosse un Topolino. Una caratterizzazione assoluta dei personaggi, degli ambienti e delle vicende. Una minuziosa storia di amicizia e di un gruppo di amici che uniti affronteranno la più terribile delle paure, la Paura stessa. Ma anche una critica spietata alla società americana di provincia e al mondo degli adulti lontani anni luce dalla vita dei propri figli. Il film fa schifo (nel senso di brutto, inguardabile), evitatelo come la peste.
  • 1987 – Gli occhi del drago (The Eyes of the Dragon). Fantasy novel in chiave horror. Entusiasmante e crudele come ogni buona fiaba che si rispetti. Non vi cambierà la vita, ma una settimana ve la riempie che è un piacere.
  • 1987 – Misery. Il mondo dell’editoria fatto a pezzi. Cosa vuole il pubblico e quanto può pretendere l’autore? L’autore ha veramente possibilità di azione sui propri personaggi e sulle storie da lui create? E’ l’autore a possedere le proprie storie o son loro a possedere l’autore? Ma anche le manie e le frustrazioni della solitudine, la lettura come droga, placebo e possibilità di evasione da un mondo insoddisfacente. Un film incredibile, davvero meraviglioso.
  • 1991 – Cose preziose (Needful Things). Non ricordo molto a riguardo. Letto moltissimi anni fa prendendolo in biblioteca. Sul desiderio di possessione. In cambio di oggetti vengono chiesti favori e in poco tempo una cittadina si troverà in preda all’anarchia e a vendette multiple. Critica al materialismo più sfrenato non emoziona al massimo ma sicuramente fa riflettere a lungo. Ambientato a Castle Rock, come buona parte dei romanzi del Re. L’altra città molte volte presente è Derry.
  • 1992 – Il gioco di Gerald (Gerald’s Game). Il più noioso di King è anche quello, sulla carta, più spaventoso. Una donna legata al letto, in una casa in montagna, ovviamente nella più deserta delle località si trova a lottare contro se stessa e contro ad un passato che nei momenti di difficoltà torna ad insidiare il suo animo. Lo stesso passato fornirà le motivazioni per andare avanti in questa agonia fino al particolare finale. Lento ad avanzare, non stupisce nonostante le ottime premesse.
  • 1991 – Dolores Claiborne. L’amore di una madre per la sua figlia. Il bigottismo della provincia americana e i sopprusi di un uomo che dalla sua parte ha un apparato burocratico sordo e maschilista. Quando è guerra, si può discernere il giusto dallo sbagliato? O è solo mera questione di sopravvivenza? L’amore enorme di una madre a cui ci si appassiona e per cui si fa il tifo solamente dopo averla odiata. Almeno un pò. Una storia incredibile, un monologo di 300 pagine, senza paragrafazione.
  • 1994 – Insomnia. Quasi uno spin-off della Torre Nera offre un ottimo passatempo per le serate vuote. Veloce e avvincente la scrittura tratta di questi vecchi alla riscossa. Contro un destino e una provvidenza ineludibili. La storia di una grande amicizia e di un grande amore. Ma anche la vecchiaia affrontata con gli occhi saggi di uno scrittore che solo qui inizia a prenderne coscienza. Clamoroso colpo di scena finale, da brividi; chi lo reputa un capolavoro e chi no. Io sto nel mezzo, romanzo sicuramente maturo ma più d’intrattenimento che di riflessione, porta il risultato a casa, da gran professionista.
  • 1995 – Rose Madder. Storie di violenze domestiche e dei loro pesanti effetti psicologici. Ma anche la sindrome di Stendhal e la trasformazione di una donna, da prigioniera e preda a cacciatrice e vendicatrice. Una storia ahimè, che tratta del quotidiano, ma vicenda anche metaforica e avvincente. Forse le donne qui riusciranno a immedesimarsi di più che noi maschi, per istinto di solidarietà. Ma anche no.
  • 1996 – Il miglio verde (The Green Mile). Nasce come romanzo a puntate e finisce per essere uno dei più grandi successi di K. Il miglio è un viaggio formativo ma anche l’ultimo viaggio di un uomo a cui è stato regalato un grande potere ma su cui è anche poggiato il peso del mondo. Un peso umanamente troppo grande da sopportare. La storia di John Coffey che ci prova a combattere, a salvarsi. Ad aver ragione su pregiudizi ormai troppo radicati nell’essere umano. Una grande storia di un uomo. Anzi, sull’uomo. Imperdibile.
  • 1998 – Mucchio d’ossa (Bag of Bones). Romanzo sulla perdita. Noolan ha perso prima di tutto l’amore, quello fisico. Poi per secondo l’amore per la sua grande passione e unica fonte di sostentamento, la scrittura. Bel tema su cui leggere, e credo scrivere quello del blocco dello scrittore. Mi sono innamorato dei personaggi in questione. E della storia sentimentale che qui nasce e che qui si sviluppa. Un finale crudo, violento, cattivo come poche altre volte. Chi le vuole le storie che finiscono bene, quando puzzano di compromesso? Io voglio la realtà, voglio innamorarmi della realtà. Che per King non è importante la meta, anche se questa è triste. L’importante è il viaggio. Romanzo che molti criticano ma che io amo alla follia. C’è tanta banalità ma qui, come molte altre volte, la banalità, quale universale, offre un rifugio sicuro in cui immedesimarsi. Capace di commuovere e di sdegnare, l’impotenza del singolo contro il classico paese-zona bastarda dove tutti ti conoscono. M’immedesimo, lo respiro.
  • 1999 – La tempesta del secolo (Storm of the Century). Ricorda It. A me. Romanzo sul continuum del male dove protagonista della vicenda è, come sempre, un ristretto gruppo di persone che si vede costretta a decidere della propria vita e di quella degli altri. Tema fondamentale per la filosofia kinghiana, la società sempre fatta di persone con un proprio bagaglio d’esperienze e vicissitudini, e le sue reazioni di fronte alla sconcertante paura. Fobie, egoismi, speranze, incubi e homo homini lupus. “Si salvi chi può”, qui qualcuno si salva e gli altri pure ma qualcuno ci rimette. Come sempre d’altronde.
  • 1999 – La bambina che amava Tom Gordon (The Girl Who Loved Tom Gordon). Non il massimo sicuramente ma a suo modo avvincente. La storia di una bambina persa in un bosco. Non brilla, ma scrivetele voi più di 200 pagine con un solo personaggio. La visionaria avventura di una ragazzina a cui il Re non risparmia nulla. Si diverte a distruggerla e a torturarla con personaggi immaginari e turpi vicende. Un finale soddisfacente. Un esercizio di stile che finisce per non brillare. Ma poco importa, ha una sua dignità e se non gliela concedete siete un pò ipocriti.
  • 1999 – Cuori in Atlantide (Hearts in Atlantis). Immenso romanzo, WIkipedia lo mette nelle raccolte di racconti, cosa che non è. In quanto è presente, anche chiaramente, un filo rosso che lega tutte le storie qui presenti. C’è una storia, la prima e la seconda in realtà, che s’intuisce essere molto vicina a King. Grande personaggio quello di Ted Brautigan. Grandi vicende legate al Vietnam raccontano la guerra, i movimenti Hippy e il gioco di carte famoso tra i soldati e i liceali del periodo (“Hearts” nello specifico caso), questo finirà per accumunare i personaggi legandoli con un filo invisibile. Uomini e donne “vicini” ad una guerra lontana ma sempre presente, fissati col gioco e le baldorie ma consapevoli che solo i propri buoni risultati scolastici li avrebbero allontanati dallo spettro dell’esercito e da una morte (quasi) certa. Gli amici di Bobby in un’America crudele con i reduci come con i disoccupati degli anni ’90. Ai reduci e agli americani in generale non rimane che un’improvvisa pioggia di elettrodomestici e beni di lusso; perchè c’era chi innocentemente giocava a carte e chi con un fucile in mano combatteva per un paese che 30 anni dopo si sarebbe ritrovato schiavo del consumismo e dell’ansia di possedere. La sensazione è quella di trovarsi nei banchi del liceo, come barboni tra le strade o semplicemente in casa di Teddy, nelle vesti di Bobby, ragazzino tra l’incudine e il martello. Ma con la passione della lettura e dei romanzi di paura.
  • 2001 – L’acchiappasogni (Dreamcatcher). Ehm. Non so, qualche lampo di genio, qualche caduta di stile ma si salva in corner. E dura pure 400 pagine. Romanzo che è successivo ad un brutto incidente che K. ha avuto (investito da una macchina) e per il quale ha impiegato mesi a riprendersi. Una storia di perfidi alieni e di un’amicizia, vissuta, persa e ritrovata. Finale un pò banale (stavolta in senso dispregiativo), parte centrale sottotono. Inizio invece gradevole, ma vaffanculo, solo l’inizio non basta. Ti do una sufficienza striminzita, portala a casa, S.K! Il film che ho avuto la sfortuna di vedere, fa schifo al cazzo. Literally.
  • 2009 – The Dome (Under the Dome). Se la gioca col Talismano per la sua bellezza. Il romanzo di King più organico, crudo, spietato e cupo della sua produzione. Non c’è una pagina da cui traspare la possibilità, per il gruppo di sfigati di far fronte alla difficoltà in questione. In questo caso il problema è una misteriosa cupola che soffoca una cittadina del Maine, come nel film dei Simpson, anche se la genesi di questo romanzo è di molto precendente. Son infatti oltre 1300 pagine che raccontano questa storia di umanità (disumanità) senza mostri e creature soprannaturali. A parte l’uomo stesso. Quale ragione giustifica la presenza della cupola? Intrappolati come topi, come sopravviveranno e a quale costo? King prima ti fa innamorare dei personaggi e poi te li toglie dalle mani uno ad uno. Il malvagio più crudele di tutta la carriera di King finisce per essere un uomo sovrappeso e senza potere. Ma capace di cavalcare grazie al proprio carisma gli eventi con abilità e cieca razionalità. Una gara al massacro di un imprenditore ligio ad una propria filosofia pragmatica e scorretta fino al midollo. Simbolo di un tempo storico dominato da stakeholders e biechi approfittatori. Il potere e il senso di onnipotenza che comporta, del sentirsi come Dio e di chi segue le persone con cieca rassegnazione. Insomma, del problema della democrazia in generale. Pochi coraggiosi a combattere contro il tempo e la paura. King in 1300 pagine non regala nulla, gioca al massacro con i lettori e con se stesso. Fino ad un finale (per molti sottotono) di certo non brillante (per me, comunque lo è) ma necessario a giustificare il senso del libro. Di nuovo non è importante il risultato ma il viaggio che ci ha portato al termine della storia. Personaggi indimenticabili nel bene e nel male, letto in 6 giorni. RInunciavo a mangiare. E a dormire.

- Raccolte di storie -

  • 1982 – Stagioni diverse (Different Seasons). Qui signori e signore, ci sono quattro racconti e ben due sono diventati dei film fantastici. Il primo è “Il corpo” che sarà “Stand By Me” nel 1986, “Le ali della libertà” sarà tratto da “L’eterna primavera della speranza – Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”. Leggo ora (errata corrige) di Wikipedia che da “l’autunno dell’innocenza – Il corpo”, sarà tratto “L’allievo”. Devo spendere parole per raccontare questi racconti? No, andate in libreria, comprate questo libro e godetevelo. E rivedetevi anche i film che son unici!
  • 1985 – Scheletri (Skeleton Crew). Di questo “La scimmia”, “La nebbia” e ” Sabbiature” sono i migliori e sicuramente, i più spaventosi. Da qui sarà tratto “The Mist”, uno degli horror più splendidi e terrificanti degli ultimi 10 anni. Imho, ovviamente.
  • 2008 – Al crepuscolo (Just After Sunset), Non male, davvero. Qualche racconto è pressochè inutile. Ma c’è spazio anche per delle perle come lo spaventoso N. (N.), Cyclette (strampalato come pochi altri racconti dello Stefano) e “Le cose che hanno lasciato indietro (The Things They Left Behind)” che brilla per il suo triste legame con l’undici settembre. E poi c’è “Willa”. E’ una storia di fantasmi. Dove la storia è ridotta all’osso, l’importante è l’atmosfera perfetta e un mood romantico per una semplice storia di fantasmi. Fantasmi che si ricordano un passato lontano, confuso trasparente come loro stessi. Fa da sfondo una stazione di treni, una band rock’n roll in un locale bettola e un amore grande. Grandissimo come la malinconi dei protagonisti. Una grande presa di coscienza e un racconto che è un vero gioiello. Procuratevi anche solo questo. Non ne rimarrete delusi.

- Del Re mi mancano -

  • 1978 – L’ombra dello scorpione (The Stand)
  • 1981 – Cujo
  • 1985 – Unico indizio la luna piena (The Cycle of the Werewolf)
  • 1987 – Tommyknocker – Le creature del buio (The Tommykockers)
  • 1996 – Desperation
  • 2001 – La casa del buio (Black House)
  • 2002 – Buick 8 ( From a Buick8 )
  • 2005 – Colorado Kid (The Colorado Kid)
  • 2006 – La storia di Lisey (Lisey’s Story)
  • 2008 – Duma Key
  • E tutte le altre raccolte di racconti.

Se qualcuno li ha letti, mi dica pure le sue impressioni. E siate spietati. Della “Torre Nera” servirebbe un post a parte, troppo da dire, magnificameravigliosaesagerata saga.

Una volta Stephen King, grande patito di musica rock e punk (ama anche Bruce Springsteen), organizzò un grande concerto a casa sua. Come backing band volle i “Cheap trick” e come band di supporto i Ramones. Proprio i punkrockers, quando uscì “Pet Sematary” lo ringraziarono componendo la loro omonima canzone. “Pet Sematary” fu anche il mio primo King e il primo, non si scorda mai.

Ah, andate a visitare questo bel sito. Mi è servito a trovare coraggio e ammetto qualche idea. C’è molto King, ma non solo. Passate a leggerlo.

Laramanni’s Weblog



Del mare di notte.

Facciamo un gioco. Immaginate una spiaggia, in alto la luna e il cielo sereno. Piena la luna eh? Dietro di voi un ombra lunga e lunare attaccata ai vostri piedi dimostra che siete ancora di questo mondo. E il rumore, il mare è calmo, immaginate lo scrosciare del suo incedere che tanto quello è sempre lo stesso, ovunque. Non un gran casino ma abbastanza forte da non poterlo ignorare. L’odore di salsedine, acre, pungente. Vi guardate i piedi affondare nella battigia e vicino a voi le vostre orme sono continuamente sopraffatte dalle onde. La vostra barca è li pronta ed è il momento di partire verso l’orizzonte che non fa altro che il suo mestiere, non finire. Mai. E’ un viaggio a senso unico il vostro. Perchè si fa presto a incontrare le sirene, il mare ne è pieno. Dietro ogni onda, dietro chilometri di nuvole, dietro il sole e scogli e stelle si nascondono le sirene che non son nient’altro che noi allo specchio. L’altra parte della mela.

Le sirene cantano della tua vita. E’ un canto ammaliante che strega ed è un canto fottutamente immenso. Nelle loro parole c’è la grandiosità dell’irraggiungibile, non solo quello che non hai vissuto ma le parole che avresti sempre voluto sentire come i momenti che non puoi più avere. Tutti i volti che hai amato, tutti i sorrisi che hai dimenticato e le lacrime che hai nascosto. Non è importante quanto la costa è lontana perchè anche pochi metri di quel viaggio chiamato vita bastano ad accumulare un bel mucchio di rimpianti. Se poi di strada ne hai fatta molta, tanto peggio. E no, non puoi salvarti, ti assalgono di notte quando sei indifeso e hai solo tappi di cera come scudo. E pochi secondi bastano a farti dimenticare quello che è stato e a ricordarti, invece, quello che non è mai stato. Quello che avresti voluto raggiungere, tutto ciò per il quale hai stretto i pugni intorno ai remi pompando sangue nel cuore e contraendo i muscoli. Con le tempie che pulsano e il sudore che scende e si mischia con l’acqua sollevata dalle onde. Su quella barca ci stai volando.

E’ una cosa terribile questa maestosità perchè una volta toccato l’orizzonte è difficile tornare a riva, è un fardello troppo pesante per un solo uomo e per la sua barchetta. Ed è un destino misero quello dell’essere umano soprattutto quando l’unico approdo consentito, nella calma piatta dell’oceano, è nel rimpianto.

E con che forza si può proseguire? Ci si ferma li, in mezzo al nulla e completamente alla deriva e alla mercè di un destino balordo che ci obbliga a farci del male con il canto delle sirene. La barca ondeggia, la luna ci regala una luce aliena e le stelle ci ricordano che per quanto piccoli e insignificanti non siamo da soli. La stella polare ci indica l’unica direzione da prendere per finire il viaggio ma, prima di tutto, bisogna sapere qual’è tra le tante lassù.

E ora ditemi voi, in questo viaggio, su questa barchetta, cosa è più importante, se avere una laurea in scienza delle merendine, se avere l’auto lucente, se vincere l’ennesima e stupida questione morale, i vestiti firmati, 2345 amici su facebook, conoscenze superflue della musica o saper trovare di notte la propria stella polare. La risposta io la so, ora esco a scrutare il cielo e a vedere dov’è il “Grande Carro”.

E buonanotte.



Dei morti, la classifica e l’autocollocazione dell’individuo.
24 luglio 2011, 00:39
Filed under: Articoli, Musica | Tag: , , , ,

Facebook specchio del mondo è capace di tirare fuori il peggio delle persone. Tanto uno si nasconde sempre dietro un dito per poi negare tutto quando si trova faccia a faccia con chi è contrario. Ipocriti. E sarà una piccolezza ma su facebook si sta alimentando la solita noiosa diatriba tra chi si definisce alternativo, alternativo dell’alternativo e chi non sa cosa siano i due precedenti e viene bollato da loro mainstream. La diatriba riguarda la triste vicenda di Amy Winehouse. Se fosse morto il cantante della band serba post rock indiano metalcore non se lo sarebbe cagato nessuno invece muore sta tossica e guarda che delirio. Ieri sono morte 90 persone ad Oslo e tutti che parlano di Amy. Non me ne frega un cazzo, era tossica e doveva finirci prima o poi sottoterra. E poi “non me ne è mai fregata una fava ma ora diventa la mia preferita – ah com’era brava”. Si perchè c’è anche chi cavalcherà l’onda, saran già pronte per domani, compilation, maglie, santini e calzini sul personaggio che si son divertiti a smontare pezzo per pezzo in questi anni.

Il fatto è che gente muore tutti i giorni e se dovessimo ogni volta portarci il peso del mondo sulle spalle finiremmo nel suicidarci tutti. La tua maglia magari è fatta da bambini cinesi sovrasfruttati. Non hai maglie cinesi ma son fatte a mano da tua nonna? La tv! Non la tv, la radio, la macchina, l’autobus che usi, l’orologio, il cibo, il tubetto della maionese, la scatola dei biscotti, le scarpe, la sciarpa, i tavolini su cui ti siedi al pub. Non si può essere senza peccato da predicare e quella pietra non puoi scagliarla. E’ una verità cruda ma che non vuole essere generalista. Il dolore è per tutti e nella medesima misura. Quindi su questo non si discute. Si discute sulla orrida gara chiamata “scegliti il morto che fa figo”. La competizione è su chi è morto e non ha avuto la giusta attenzione. Perchè l’alternativo deve essere sempre Kontro e l’ingiustizia che si nasconde dietro ogni cosa deve sempre essere portata come vessillo di se stessi. Viva le manifestazioni, viva la parità dei diritti, viva rispettare le altre culture, viva qualunque cosa possa migliorare questo schifo di mondo ma purchè sia in funzione del disagiato e mai per l’autocelebrazione di sè. Potrei dire, “guarda ‘sti norvegesi morti, tolgono la giusta fama a Lucian Freud”. Non lo dico in quanto a questa gara non voglio partecipare. Riesco a discernere e a essere diciamo “multi-tasking” nel portare rispetto e compassione a tutti. Alle persone vittime ignare di assassini, a chi arriva felicemente al capolinea da vecchio e anche a chi è troppo fragile. Senza togliere nulla a nessuno. Non è poi così difficile dai.

Il guaio è la fama, se diventi celebre all’alternativo non piaci più perchè nelle conversazioni potrebbe capitare che gli altri capiscano quello di cui stai parlando e ne andrebbe della tua figura borderline. Perchè niente è più figo di quelli che come Eccebombo vengono ma stanno in disparte. Bene, degli Eccebombo io ne ho pieno il cazzo e le mani bisogna sporcarsele.

Son convito che ognuno di noi al mondo, con la morte, quella vera, alla fine non ci scherzi così tanto. Penso che per arrivare così tanto all’autodistruzione serva una fatica immensa e un vuoto inimmaginabile e di fronte al dolore, qualsiasi, io non posso che commuovermi. Penso a Cobain, penso a Elliott Smith, penso a Vicious, a Hemingway e penso a tante storie di paese e penso a drammi sconosciuti. Che quel vuoto c’è in ognuno di noi, ogni tanto è piccolo che non ci entra manco una scarpa e altre volte, per fortuna poche, quel vortice sembra essere così enorme da inghiottire tutto il proprio mondo. Il mio vortice è stato grande pochissime volte, mai per fortuna immenso. Ognuno ha la sua storia di vuoti e di sconfitte che prescinde da mille fattori. C’è e basta. Siamo umani e tranne che per pochi giorni nella vita siamo tutti “anti-eroi”, falliamo.

Non faccio classifiche io, il dolore lo provo per tutte le persone che soffrono e che patiscono. Ho patito anche io. Anche per quelle che in quel vuoto ci finiscono e per uscire compiono azioni folli e drammatiche. La compassione deve andare anche a quelle persone che in quel vortice di vuoto nero ci affogano. Che li davanti siamo tutti uguali e poco importa la fama. Su quella ci speculano gli altri. Che chiedere aiuto e non riceverlo è la cosa più devastante che si possa provare. Perchè niente ti fa sentire così solo come combattere da solo contro un oceano di vuoto e desolazione.

E come ci ricorda De Andrè nel “Testamento di Tito”

“Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:

io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore”



Dio, subappalti, affitti e i NON problemi del volo rovesciato.

Supponendo, ma solo ipotizzando, che la strada è una nessuno ci vieta di percorrerla nel modo che preferiamo. La relatività è una gran pacchia e quando non pensiamo nel al sud ne all’ovest ma alla sola voglia di andare, propriamente un “avanti” non esiste. O almeno, si procede ma “avanti” rispetto a cosa? Lo so, è retorica ma tant’è. C’è di più, non solo non esiste un avanti, spazialmente parlando, ma neanche un “come”. Che tanto, come sulla battigia, che saltelliamo su un piede o camminiamo normalmente o sulle mani le orme le lasciamo comunque e nessuna di esse sopravvive alle onde e al loro continuo cancellare (si anche questa è mesta retorica). Appurato il fatto che quindi la strada è una e nessuno ci vieta di percorrerla in qualunque direzione e in qualunque modo, questa si può anche percorrere con le più disparate motivazioni. Tanto il tempo passa in ogni caso, poi cazzo, basta con questa banale idea cristiana/occidentale della vita come retta. Uno nasce, manco 100 anni e Kaput, poi se hai fatto il bimbo buono vai li sulla nuvoletta, vieni giudicato come a scuola media con la condotta, te ne stai un pò li finchè al boss non viene voglia di farsi un giro ai piani inferiori (il paradiso, lui abito nel “supermega-paradiso”), decide senza referendum di far (così) partire la normativa “resurrezione della carne” che è una cosa molto metal e se lassù funziona come nelle università di Torino la missiva andrà persa, smarrita e ritrovata, dopo due o tre mesi lassù corrispondenti a 1000-1500 anni quaggiù. Quindi tu sei arrivato nel paradiso e manco ti sei abituato al tuo nuovo posto nuvoloso che devi ritornare, come sfollato di te stesso, corpo e carne poi per vivere dove? Sulle nuvole? Sulla Terra, però prima deve ammazzare tutti se no come è possibile starci comodi? Poi m’incazzo, pecco e dove mi sbatte il boss? All’inferno che scoppia visto tutti quelli che ha dovuto ammazzare per far vivere i fighetti in superficie. Poi sulla Terra quanti ce ne stanno? Magari il paradiso, ormai vuoto, l’ha affittato (sub-affittato?). E poi come si vivrebbe che tutto sarebbe peccato pure grattarsi la chiappa? Si ok, filosofare tutto il giorno e poi fare…fare questo e quello e poi…. che noia. Con la concezione circolare invece è tutto molto più semplice, semini vento e raccogli tempeste la vita dopo (“seminiamo vento ma preferiamo il sole”, dicono i 99 Posse). Magari fai il bravo. Magari rinasci post-it o magari Johnny Deep. Rimane che la tua strada è quella e si, esiste un “avanti” ma d’altronde quando si arriva alla fine si è già quasi quasi in procinto di ripartire (metempsicosi, cit.). Saremmo liberi di percorrerla come vogliamo questa strada no? Mal che vada rinasci, ben che vada raggiungi il Nirvana e li ci rimani. E chi ti sposta. Un pò come quando si è ubriachi e si raggiunge a fatica la propria casa. O quando si prende una strada diversa e più lunga, magari a piedi, perchè così ci si può godere il panorama, il clima o gli anfratti nascosti di una nuova città.

Giro a destra, ma no vado dritto. No anzi, andiamo sempre diritti ma a testa in giù. Che possiamo anche rinascere Woodstock dei Peanuts e volare al contrario ma da qualche parte andremo e in ogni caso “every new beginning comes from some other beginning’s end”, come giustamente dicevano i Semisonic.

Andre.



Chris Whitley.

Ho iniziato questo blog una miriade di mesi fa e adesso, nell’introduzione, non mi rifletto più. Quindi, se mai leggerete questo articolo che mi ha completamente spolpato nel profondo sappiate che una volta era tutto diverso. (16/07/2011)

(…)

Blabla quanto mi piace, blabla quanto è bravo, cazzi e mazzi e via dicendo. In realtà, mi accorgo, di dire ogni settimana “quanto è bravo quello, questo, il cd della mia vita è tal dei tali, ecc…” sempre di artisti e album diversi, quindi il mio parlare per universali è un bel parlare a vanvera. Dico ora che CW è tra i miei artisti preferiti ma è una cosa che dimenticherò di aver detto nelle prossime settimane.

Detto ciò, lui, Bruce Springsteen, i Beatles, Elliott Smith, Calexico e i My bloody valentine son tra quelli a cui sono più affezionato. E son quelli che più spesso metto quando son stufo di ascoltare il resto. Il resto da loro ovviamente. Quindi non starò a cincischiare sul perchè mi piace la musica di questo magro individuo. Mi piace, punto e basta. Due punti, punto e virgola e punto a capo. (03/03/2011)

Ora immaginate un discorso precedente, metteteci dentro Fukushima, la Binetti, il risotto alle ortiche, Paperon de Paperoni e la setta del reverendo Jim Jones. Discorso che finiva ad un certo punto ed era seguito dal paragrafo sottostante. (16/07/2011)

(…)

(tra il 03/03/2011 e il maggio dello stesso anno)

Chi sicuramente non si deve preoccupare di questo mondo è Chris Whitley che da un bel pò in paradiso, se la suona e se la canta infischiandosene un pò di tutto e tutti, come ha sempre fatto. E mica ci guarda, ma va! Del magrissimo CW in Italia se ne parla pochissimo e la mia non è l’ennesima battaglia contro i mulini a vento. Lo conosco perchè prima di tutto è un chitarrista e che chitarrista! Un portento e un vero fenomeno con lo slide che si fabbricò con un pezzo del manubrio di una bici e che gli andava a coprire solo la seconda falange del mignolo così da permettergli anche di pizzicare la corda col dito e di non sacrificarlo completamente allo slide. Insomma, ci sapeva fare e nella sua carriera ne ha dato prova sia in quei brani ricchi di arrangiamenti sia in quelli (credetemi) dove presente e in primo piano c’era la sua voce e dietro la chitarra, sghemba e minimale come mai ho sentito. Era scheletrico che sembrava star su per miracolo, con gli occhi infossati e uno sguardo penetrante alle volte e altre distante e sognante. E suonava chitarre vecchissime e dobri scassatissimi Se ad un musicista dici “dobro e slide” ovvio immagina una possibile accordatura aperta e lui ne aveva un pò. Quindi questo è il motivo del perchè l’ho conosciuto, internet e google permettono ad ognuno di prendere una strada propria e di scegliere il proprio percorso nel deserto dell’informazione così poca a volte e così fitta altre da sembrare una giungla. Io m’interessai, da cattolico della chitarra, al mondo slide così da poter “migliorare”. Adesso sono giunto alla dimensione opposta. Grazie a lui il mio percorso, diventato sempre più personale mi ha fatto capire l’importanza di togliere, di selezionare e di dosare le note, le parole, la strumentazione e un mucchio di altre cose con cui mi rapporto ogni giorno. Chris ha cambiato mille generi nelle sue 150 canzoni circa dedicando le sue corde al rock, al blues e al country mantenendo per quel tocco ruvido e sporco eppure così vivo e impetuoso, basti ascoltare “Din” di “Din Of Ectasy” e “Scrapyard Lullaby” di “Dirt Floor” per capire il “range” delle sue esecuzioni. Dagli esordi con “Living with the law” alla sua morte passarono 14 anni, nell’ormai lontano ’91 usciva questo cd trainato dal singolo “Big Sky Country”, un country appunto dalle atmosfere molto evocative merito di un tappeto regalatoci dalle tastiere in realtà poco presenti nell’album. Atmosfere comunque molto desertiche, con chitarre in primo piano come in “Long Way Around” nel quale sono lanciate in assoli dilatati. La componente folk/blues è presente in tutti pezzi a cominciare dalla meravigliosa “Living with the law” e “Look What Love Has Done”in cui si può capire bene cosa sia lo stile di CW, ripetitivi fraseggi di chitarre, voce presente e sezione ritmica in disparte, quasi non volesse disturbare. “Poison Girl” svela un’altra componente delle sue capacità: un innato senso pop e capacità di scrivere pezzi che funzionano. L’album e lo stesso CW sono conosciuti ai più per il pezzo “Kick The Stone” presente in “Thelma e Louise”, si, quando si divertono. Ma c’è ben di più, per esempio “Dust Radio” cioè uno dei più bei brani di Whitley di un’intensità unica con l’incedere del riff prima acustico e poi elettrico. I testi ermetici e di contenuto spirituale raccontano della “crisi del soggetto” di fronte alla legge e la religione. Di smettere di aspettare qualcosa che verrà o che accadrà troppo in la per una sola vita, di farsi una ragione del proprio momento storico. Il suo secondo album, “Din Of Ectasy” invece è molto più rock rispetto al precedente, a tratti molto rumoroso e direttamente influenzato dalle chitarre dei Sonic Youth anche se qui il “noise” in senso stretto non è di casa. Rimane infatti una forma canzone ben precisa e una melodia anche se le chitarre scordate ritagliano riff al vetriolo con forti dissonanze “Some Candy Talking” o ritmiche più punkeggianti nella meravigliosa “O God My Heart Is Ready” vera meraviglia del disco, qui il lavoro d’arrangiamento degli strumenti è magnifico. “Din” è il pezzo più spinto del lotto e dell’intera carriera di CW.

Il suo terzo lavoro “Terra Incognita” è del 1997 ed è uno dei suoi lavori maggiormente pop, basti ascoltare “Automatic”, “Power Down”, “Weightless” e “Alien” dove si gioca sul ritornello qui spintissimo ed orecchiabile. Le chitarre si fanno meno dissonanti e maggiormente armoniche. “Gasket” è un blues piuttosto particolare visto l’arrangiamento che preferisce le chitarre piuttosto che la voce qui parecchio sotterrata, “Immortal Blues” è un blues (!) invece che si regge solo sulle corde e la voce di Chris. Sono due esempi di come egli fosse in grado di costruire brani su pochissimi semplici riff. Fantastico il lavoro di chitarre su “Still Point” dove su un riff di dobro viene sovrapposta una chitarra solista slegata da tutto.

“Dirt Floor” è a mio parere il suo album più bello e completo. Se c’è un atmosfera che può riassumere tutto il lavoro di Whitley è quella qui presente. CW suona tutte le chitarre uniche protagoniste insieme alla sua voce. E ci sono pezzi memorabili come “Loco Girl”, “Scrapyard Lullabies”, e “Indian Summer”. Il suo chitarrismo più intimo e acustico qui riesce a toccare vette altissime nonostante la produzione semplicissima di soli 3 giorni di registrazioni molte delle quali fatte in “presa diretta” (di Indian Summer si possono sentire a fine traccia i classici rumori di sottofondo che ogni musicista conosce bene). Oltre una perfetta padronanza dello strumento ci da una bella lezione di canto, “Accordingly”, minimale ed emozionante come mai. Questo è stato l’album che più di “Living with the law” mi ha conquistato e più di tutti mi ha insegnato in cosa consiste suonare quanto basta. E’ stato anche il disco preferito da Bruce Springsteen nel lontano ’98 ed è tutto dire.

Vi dissi che era scheletrico no? Lo dimostra maggiormente in “Perfect Day”, disco di cover che lui spoglia e mette a nudo come mai osarono fare gli stessi autori (Doors, Hendrix, Dylan, Lou Reed, Robert Johnson e Willie Dixon). Perfect Day, qui il miglior pezzo, diventa un brano acustico accompagnato da una batteria spazzolata, brano ancora più sommesso del successo dell’ex Velvet Underground. Interpreta e riarrangia tutti i brani in funzione del suo chitarrismo ridotto all’osso e sghembo, eppure sempre presente. Il suo rispetto verso questi grandi artisti si percepisce facilmente. Qui in primo piano ci sono le parole e per questo le scandisce con chiarezza come fossero poesie da ripetere in silenzio, “China Gate” è d’esempio.

Oramai dovremmo conoscerlo abbastanza il nostro Chris per capire che fermo non ci sa stare, così nel 2001 fa uscire il suo settimo album, “Rocket House”. Questo lavoro è ridondante per gli strumenti usati e per gli arrangiamenti qui pomposi come non mai. Tanto ricco di suoni che il nostro beneamato si fa accompagnare da un dj (DjLogic) nella composizione dei brani. Le chitarre diventano strumento di accompagnamento e vengono affiancate da tastiere e sintetizzatori. Spesso le stesse chitarre vengono campionate e poste come base, per esempio in “From a Photograph” e “Rocket House”. La sua voce evocativa accompagna complesse partiture di batterie “Chain” e di piano qui presentissimo “Vertical Desert” ma quello che fa stupire è la presenza dell’elettronica che mai ci si sarebbe aspettati da un artista così legato al folk-roots che qui da lezione di apertura mentale senza precedenti. Una meraviglia d’album davvero, vario ed emozionante come mai con uno dei suoi tre migliori pezzi che è quella “Radar” (con Dave Matthews alla seconda voce), emozionantissima.

“Hotel Vast Horizon” è del 2003 (sembra l’altro ieri) e si pone vicino a “Dirt Floor” anche se è presente una base ritmica in tutti i pezzi. L’atmosfera è distaccata come quella di una volta, quasi notturna con le sue parole appena sussurrate. Rappresenta il suo primo lavoro con la “Messengers Records”. Notturna è l’atmosfera come i testi popolati di fantasmi e di inquietitudini. Il nome arriva dal nome dell’Hotel dove alloggiarono Picasso e Eluard; proprio da Eluard ha musicato una poesia che da il nome all’album “Hotel Vast Horizon”. Bel lavoro di batteria “shuffle” sul brano “Blues for Andrè” che musica, anche qui, una poesia ma questa volta di Bretòn. E’ possibile che l’atmosfera qui presente derivi tanto dalla registrazione dell’album a Berlino, luogo tanto distante come clima e colori dall’America del deserto? Credo proprio di si. L’album sebbene non brilli (detto tra noi, “non va avanti”) rappresenta un nuovo e solido inizio per Chris che torna al blues/country degli esordi, tanto che qui suonerà principalmente il banjo piuttosto che la chitarra.

In “Weeds” ripropone vecchi brani riarrangiati “in singola” e in versione inedita mentre comporrà come nono album in studio “War Crime Blues” che registrerà anche qui, da solo. Chitarra, banjo e “foot stomp”, registrati a Dresda nel 2004, creano un album di difficile digestione per la filiforme base musicale esile e fragile come lo stesso artista. Presenti tre cover, una dei Clash “The call up”, “I can’t stand it” di Lou Reed, che Whitley dimostra davvero di amare. Come dimostra di amare il suo stile chitarristico annasposo e furente “God Left Town” e minimale “Her Furious Angel”, “War Crime Blues”. Un album pesante proprio per il suo silenzio, viene da chiedersi come mai C.W. si ostinava a presentare questi album di così difficile assorbimento, Contro chi stava lottando e per chi cantava? La meraviglia sta proprio qua a mio parere, senza imbarazzo e paura presenta al mondo la sua voce (in “Nature Boy” c’è proprio solo la sua voce) e il suo stile musicale, come se il mercato fosse in secondo piano. Scrivere si, ma per se stessi che quando si è nel mezzo della battaglia si pensa a combattere, mica al contorno. Rimane che questi album son di difficilissima digestione e commercialmente impossibili da vendere. Non che vendere, credo, fosse una sua necessità, d’altronde.

Nel 2005 registra, stavolta a New York, “Soft Dangerous Shore” che continua la strada tracciata da “Hotel Vast Horizon” nel suo tentativo di musicare le città spiazzando come al solito l’ascoltatore. La chitarra si sposta ed entrano in campo campionature e basi ambient “As day is long” e “Valley of the innocents”. “City of women” è lunga e spirituale come tutte le composizioni di Chris che ad ogni album sembra, si, arricchire il suo viaggio di nuovi particolari ma allo stesso tempo da l’idea di essersi sempre più smatrrito proprio in quel suo cammino così irto e spigoloso. La città sembra averlo inghiottito definitivamente, “End game holiday” lo ingoia in un mare calmo di tastiere, voce e grigiore. Album che è proprio grigio, non è per nulla umano per quanto è freddo e distaccato. Con questo “Soft dangerous shore” si da per conclusa la ipotetica trilogia, insieme a “War crime blues” e “Hotel vast horizon”, del grigiore di Whitley e dei suoi album indigeribili. Indigeribili occhio, non brutti da ascoltare. E’ decisamente diverso. In questi tre album c’è anche, credo, il Whitley più sincero e libero. Proprio nel “non cammino” egli sembra aver raggiunto la sua meta intrapresa col primo “Living with the law”. Di viverci con le regole a Chris proprio non andava giù e in questi lavori si pone quasi al margine, appunto, della città e delle sue leggi. Leggevo una frase su un libro giorni fa che recitava “Se la città fosse stata di stoffa, lui sarebbe stato un bordo sfilacciato”. C’è molto di Whitley in queste poche parole e c’è molto anche di me, per questo mi piace. Sento lui e sento me simili e dissimili proprio come due bordi sfilacciati di una stoffa. Di una toppa.

“Reiter In” del 2006 (Novembre) è un album della madonna. E’ il suo undicesimo album della madonna. Ed è il suo primo album postumo. Chris morì a Houston dopo una lunga lotta col cancro il 20 novembre del 2005 all’età di 45 anni. Un vero peccato visto il potenziale che aveva. E lo dimostra qui dove torna a fare casino, davvero. Questo come “Perfect Day” è un album quasi interamente composto da cover che Chris rifà completamente sue per trasformarle nel proprio inossidabile stile. Ci sono gli Stooges di “I wanna be your dog”, “Are ‘Friends’ Electric?” di Gary Numan, questa bellissima e “Mountain Side” dei Flaming Lips, autentico capolavoro del disco. Ma anche un blues di Willie Dixons con “Bring It On Home”. Degna di nota anche la strumentale “Inn” dove su una base di chitarra ritmica si posa un chitarra elettrica e un violino atti a creare uno dei pezzi più evocativi della sua carriera. Da notare che l’album in questione è registrato come “Whitley and the Bastard Club”, band che accompagna il nostro formata da Kenny Siegal (chitarre, vocals), Brian Geltner (chitarra, vibrafono, batteria, vocals), Tim Beattie (lap steel, armonica, vocals) e Heiko Schramm (basso, vocals), a cui si aggiungono il violino di Sean Balin e lo spoken word di Susann Bürger. “Come Home” chiude il disco e ci ripresenta un Whitley chitarrista solista come da anni non si sentiva. Sghembo come sempre ma sempre in gamba.

Dave Matthews dirà di lui “Chris is an example of one of those things that appalls me about the record industry. That is, how could a talent like his go relatively unnoticed? So few singers have their own personality, and Chris is his own man to the bone. Honestly, I feel more passion for his music than I do for my own. My music I’m critical of. But I have a fervent, religious devotion to the magic that Chris makes.”

Seguirà come album postumo “Dislocation Blues” che assieme a Jeff Lang aveva registrato nel 2005 al Mixmasters in Adelaide, Australia, prima di “Reiter In”. Contiene una cover di Bod Dylan, “Changing of the Guards”, di Robert Johnson “Hellhound on My Trail” e di Prince “Forever in My Life” oltre ai pezzi di Whitley e di Lang reinterpretati dai due. Fu disco dell’anno in cui uscì, nel 2006, ed è (ironicamente) un peccato perchè a Chris avrebbe fatto piacere. E’ di una bellezza sconvolgente e meriterebbe di essere celebrato ogni anno al posto della Pasqua. Alla fine, come traccia nascosta troverete pure un live di “Kick the stones” che davvero meglio non si può suonare. Nascosta come sempre è stato nascosto Chris nella sua vita, purtroppo. Blues che non è blues. Ma suonato benissimo. E ha uno sconvolgente merito questo album: da proprio l’idea, attraverso le cover (Rocket House, Velocity Girl) di chiudere il giro. Di finire quel percorso chiamato Chris Whitley iniziato più di dieci anni prima. E lui lo chiude proprio con un amico, Jeff Lang.

Che per quanto si può andare lontani, parafrasando la fine di Lost, “Live together, die together”. Si vive insieme, NON si muore soli.

Fonti:

Le recensioni di “Mescalina” che hanno il sacro merito di averne parlato. E sono tra gli unici. Dio, qualunque, vi benedica.

Il sito ufficiale a cui vi rimando. C’è una biografia attenta alla vita piuttosto che alle opere. Ve la consiglio che per quanto mi sono impegnato a scrivere bene, li è decisamente meglio.

Comprendo la lunghezza del post. La mia passione, un sacco di mesi e decine e decine di ore di ascolto dei suoi album mi hanno dato la forza di scrivere e compilare tutto ciò. Se passate a leggere, se lo leggete tutto o una parte, comunicatemelo e scrivetemi dei commenti. Non c’è miglior modo di veder ripagata la propria fatica che con l’interesse e la partecipazione altrui.

E’ stato bello, grazie a tutti.
XO



“Keep Shelly in Athens” o “del perdere la testa per…”

Questo gruppo merita più che un ascolto. Merita una dogmatica adorazione.

Ascoltate il loro Ep “In love with dusk”.

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